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Lourdes


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Abbandono, umiltà, sacrificio
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Suor Enrichetta scriveva: “La vera religiosa, dinanzi alla croce o penetrata dalla spada, risponde sempre con un sorriso”

Questa volta, sotto il sorriso della Grotta di Massabielle, si svolge una splendida vicenda di parentela e di santità. Parliamo della vicenda della Beata Enrichetta Alfieri, Suora della Carità di S. Giovanna Antida Thouret, cugina del nostro fondatore mons. Alessandro Rastelli, colei che da molti è conosciuta come la mamma e l’angelo di San Vittore, il famoso carcere di Milano. Maria Angela Domenica, così l’avevano chiamata i suoi genitori, nacque a Borgovercelli il 23 febbraio 1891, ma la storia di Enrichetta Alfieri inizia veramente nel 1911 quando scelse di diventare Suora della Carità entrando nel noviziato del Monastero di S. Margherita di Vercelli. Nel 1919 si ammalò del morbo di Basedow, con l’aggravante del morbo di Pott, una forma tubercolare che colpisce le ossa e soprattutto la colonna vertebrale e conduce alla paralisi. Furono anni di sofferenza, ma suor Enrichetta scriveva: “La vera religiosa, dinanzi alla croce o penetrata dalla spada, risponde sempre con un sorriso”. Le condizioni di sr. Enrichetta non lasciavano speranza: solo un miracolo avrebbe potuto salvarla. La Superiora provinciale chiese il permesso, alla Madre generale, di portare suor Enrichetta a Lourdes. Partì il 24 agosto 1922 in un pellegrinaggio del cugino don Rastelli, venne preparata una barella speciale per trasportarla. Non tornò guarita, ma tranquilla e rassegnata. Continuò a peggiorare nel fisico, rimanendo serena nell’animo. Nel gennaio del 1923 le sue condizioni peggiorarono ulteriormente: aveva perso la vista, era completamente paralizzata, la lingua si era talmente gonfiata da non permetterle né di parlare né di deglutire, la fine sembrava imminente. Le vennero amministrati i Sacramenti che ricevette serenamente. Il 14 febbraio, giorno anniversario della seconda apparizione, nel buio della cecità, in preda a grandi dolori, chiese alla suora infermiera che le bagnasse gli occhi con l’acqua di Lourdes, cominciò a vedere e a muoversi leggermente, ma dieci giorni dopo si aggravò facendo presagire la fine. Il 25 febbraio, giorno della nona apparizione a Bernadette, avvenne il miracolo. Lei stessa racconta in una lettera alla Madre generale: “Mi trovavo sola in camera, perchè la comunità era in Cappella ad assistere alla santa Messa. Aggravata da dolori acutissimi e arsa dalla sete, con sforzo indicibile, riuscii a prendere tra le mani la boccetta contente l’acqua della Madonna, portarla alla bocca e berne un piccolissimo sorso, mentre invocai la Santissima Vergine con grande fiducia. Per pochi minuti rimasi come svenuta e in questo momento sentii come una voce che mi disse: Alzati! Ad un tratto mi trovai seduta sul letto libera da ogni dolore. Meravigliata e confusa non potendo darmi ragione dell’avvenuto scesi dal letto e uscii dalla camera per andare in cerca delle Suore, che in quel momento uscivano dalla Chiesa; alcune prese da meraviglia mi giudicarono delirante o fuori di me, ma io protestavo di essere guarita. E fu veramente cosi!”. Il fatto agitò le Suore e tutta la città di Vercelli. Don Rastelli, che aveva domandato per la cugina la benedizione papale in articulo mortis, scrisse: “Mia cugina suor Enrichetta è ormai miracolosamente guarita coll’acqua di Lourdes! Tutta Vercelli è in festa!” Esaminate tutte le documentazioni mediche e i vari testi, il 30 luglio 1923 l’Arcivescovo di Vercelli, Mons. Giovanni Gamberoni, pubblicò il decreto con il quale dichiarava: “che la guarigione di suor Enrichetta Alfieri si presenta per molti caratteri affatto prodigiosa e che come tale è comunemente ritenuta”. Il 31 luglio suor Enrichetta partì per Lourdes, quale infermiera, in pellegrinaggio di ringraziamento col cugino mons. Rastelli. Al suo ritorno scrisse questi propositi: “Promesse alla Vergine a testimonianza della mia viva gratitudine: recita quotidiana del Magnificat dopo la santa Comunione; consacrazione di tutta me stessa; zelare fervorosamente la Sua devozione; far propaganda per “trasporto ammalati poveri a Lourdes”; aiutare con tutto ciò che mi sarà possibile l’Opera Sua: tendere col massimo impegno alla mia perfezione. Mezzi: abbandono, umiltà, sacrificio”. Tutto questo provocò molta fama attorno alla religiosa e per ovviare a ciò venne trasferita nella comunità delle Suore interna al carcere di San Vittore ove iniziò la sua nuova missione di carità. Quando, nel 1943, i nazisti trasformarono il carcere in un vero e proprio lager, la mamma di San Vittore continuò a lavorare per chi aveva veramente bisogno: prigionieri comuni e politici, ebrei, condannati ai campi di concentramento o alla morte. Il suo sguardo profondo e rassicurante era ricordato da tutti, uno sguardo pieno di carità, l’unico che riusciva a fermare il capo delle SS che aizzava il suo cane all’interno delle celle assalendo i carcerati. Lei stessa, la Superiora, venne arrestata e condannata, fu salvata dall’intervento del Card. Schuster. Dopo la liberazione le sorti si rovesciarono e i persecutori divennero i perseguitati. Suor Enrichetta non si vendicò di chi le aveva fatto del male, anzi continuò a prestare anche per loro il suo generoso e instancabile servizio di Suora della Carità fino alla morte avvenuta il 23 novembre 1951.



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